venerdì 31 ottobre 2008

Violenza, razzismo e sessismo


SESSISMO E RAZZISMO

Negli ultimi anni in Italia, e , anche, in buona parte dell’ Europa, abbiamo assistito sempre più frequentemente a campagne e episodi di xenofobia e razzismo, e a una crescente e diffusa intolleranza, se non addirittura odio, verso persone provenienti dai paesi più poveri dell'Europa e del mondo (Balbo e Manconi, 1992; Balbo e Manconi, 1993)[1].

La prima osservazione da fare è che in Italia il problema del razzismo è oggi associato all'immigrazione, come se fosse una conseguenza del flusso di immigrati giunti in Italia, e in Europa, negli ultimi decenni. Quest’ associazione ha il doppio scopo di consolidare la mancanza di una memoria storica del passato dell'Italia, e insieme di vedere nell'Altro, percepito come portatore di una profonda e inconciliabile "diversità", su cui fondare anche una costruzione di “Sé”in conrapposizione, la causa di episodi di discriminazione razziale (Ribeiro Corossacz 2000[2]). E' importante invece svelare il processo di mistificazione del colonialismo italiano, l'ignoranza di una parte del nostro passato, per comprendere come oggi in Italia sia possibile un razzismo quotidiano (Tabet 1997: IX; Rivera 1997:131[3]).

Il razzismo è profondamente intrecciato, nei linguaggi delle campagne mediatiche, al sessismo e alla “strategia della paura” legata alla violenza di genere. Il soggetto migrante maschio è sempre più individuato come agente di violenza domestica (dall’episodio di Erba a quello di Hila Saleem a Brescia), pubblica (i casi di stupro che hanno visto una razzializzazione del soggetto a rischio e dell’aggressore), e culturale ( la questione del velo, ad esempio).

L’ uomo nero, se si va ad analizzare i casi recenti e in che modo sono stati trattati da parte delle agenzie dell’informazione, viene rappresentato come un individuo anonimo che razionalmente, come rappresaglia contro la donna e la cultura emancipata che “essa incarna”, o irrazionalmente ,sfogando i suoi “istinti animali” –e il parallelo col linguaggio coloniale è immediato-, aggredisce ciò che la nostra società protegge e valorizza. La donna diventa sempre più un simbolo, usato ad hoc, della nostra emancipazione e civilizzazione; dall’altra parte, la supposta subalternità delle donne “velate” diventa il pretesto per interiorizzare le altre culture e l’attenzione per la difesa dei diritti delle donne rischia di trasformarsi, a sua volta, in pregiudizio

Per quanto riguarda le vittime dell violenze, torna il tabù legato, evidentemente, alla sessualità femminile e ai costumi sociali delle donne (quando ad esempio le vittime uscivano dai locali notturni o erano in abbigliamento non “consono”, come nei casi di Lloret de Mar, , festa dell’Unità a Bologna, Perugia, Versilia). La doppia morale recita che si è, in realtà, vittime solo se si è “per bene”, altrimenti ce la si è cercata. Curioso notare come, in ogni caso, quando l’aggressore era non bianco, o “meno bianco” (v. caso di Roma) subito c’è stata la stigmatizzazione dello stupratore, nel caso invece di aggressori bianchi, l’attenzione si è subito spostata sulle donne aggredite, sulle loro abitudini e sulla loro libertà sessuale. Vittime o puttane, dunque: da una parte donne da proteggere perché incapaci di difendersi o dall’altra puttane che se la cercano.

La doppia morale è quantomai efficace nell’assenza di attenzione a prostituzione e violenza domestica, due tabù: la nuova propaganda familistica non mette, infatti, mai in discussione ciò che avviene dentro le mura domestiche e nella famiglia. Le prostitute, dall’altra parte, vengono rinchiuse in casa (ma una domanda sorge spontanea: quali? Quelle che non hanno i documenti in regola che fine fanno?), così da non stare sotto gli occhi delle “persone per bene”.

E’ necessario anche discutere in merito alle forme della violenza, che vanno dalla molestia allo stupro, e sulla rigidità delle norme rispetto alla necessaria flessibilità degli atteggiamenti sociali. Anche nello specifico caso dei Mondiali Antirazzisti e delle proposte, tutte molto interessanti, che ci sono arrivate, in merito, ad esempio, all’idea di organizzare corsi di autodifesa (wendo o quant’altro) all’interno della manifestazione, noi abbiamo parecchie riserve. Crediamo che sia più importante, o altrettanto importante, in un contesto misto quale i Mondiali sono, ragionare, donne e uomini, sulla relazione e sui suoi linguaggi. Insieme con tutta una serie di soggetti che da anni lavorano su questi temi (penso a MaschilePlurale, a Fiocco Bianco, ad Antagonismo gay, a Sexyshock, solo per citane qualcuno). Ci può anche essere l’autodifesa, che da molto tempo noi preferiamo chiamare autotutela, ma non sarebbe efficace se non fosse corredata da una serie di interventi mirati a scardinare gli immaginari e il simbolico sottesi alla violenza e alla tacitazione della parola e del desiderio femminili.

Il femminismo europeo, ed in particolare quello italiano, si è ormai, è il caso di dirlo, fossilizzato sui temi della differenza di genere e dell’ordine simbolico della madre, contrapposto al patriarcato, ovvero all’ordine simbolico del padre.

In merito a quel che è accaduto all’interno del femminismo teorico vorrei semplicemente citare l’introduzione di Maria Nadotti a “L’elogio del Margine” di bell hooks[4]:

“(…..)pensieri forti” che hanno riprodotto molti dei meccanismi e fantasmi più classici della politica tradizionale: principio di autorità, subordinazione, disciplina e molti, troppi, opportunismi. (…..)nel corso degli anni la pratica femminista si è andata istituzionalizzando in mestieri, profili e ruoli professionali, decostruendo e mercificando in saperi disciplinari, glamourizzando sotto il sempre più magmatico e indifferenziato ombrello della queer theory”.

E’ qui il nodo della frattura che negli ultimi anni sta contrapponendo il nuovo al vecchio femminismo. Le giovani, sempre di fatto considerate minus habentes dalle madri-padrone, e in molti casi barone, malsopportano questa linea di filiazione simbolica per cui vengono riprodotte, in chiave femminile, le vecchie gerarchie e gli odiosi sistemi di giustificazione/conservazione/riproduzione del potere.

bell hooks è in questo senso un’autrice molto significativa, perché dagli anni ottanta le femministe delle cosiddette minoraze etniche, hanno svelato il carattere etnocentrico e razzista di alcune posizioni interne al movimento delle donne e alle teorie femministe permettendo di aprire uno spazio di riflessione e di azione sulla sovrapposizione di razzismo e sessismo all'interno delle società occidentali, e dei gruppi politici: proprio dal femminismo nero è arrivata una critica radicale al pensiero della differenza. Bianco, innanzitutto, europeo, borghese.

Dice bell: “il concetto di donna annulla la differenza tra donne appartenenti a contesti sociostorici specifici, tra donne denotate come soggetti storici piuttosto che come soggetto (o non soggetto) psichico.(…..) è soltanto se si immagina la donna in astratto, facendone un’invenzione o una fantasia, che la razza può non essere considerata importante.”.

bell sa bene che la tendenza all’omologazione, che vorrebbe individuare nell’essere donna la differenza fondante rispetto a tutte le altre e nell’ alleanza tra donne una naturalità, contiene un vizio di fondo che porta al silenzio e alla cancellazione, delle differenze e, ancora una volta, alla teorizzazione della “donna”. Per cui v’è in lei la consapevolezza che ogni donna deve fare “acrobazie” tra le sue tante identità e le sue tante posizioni, senza coincidere fino in fondo con nessuna.

Ho fatto questo lungo discorso, perché trovo impensabile,ormai, separare la riflessione sul sessismo da quella sul razzismo, da una parte, e dall’altra, credo che ci si debba munire di nuovi strumenti di lettura e di analisi. “Occorre partire da sé” ammoniva il femminismo della differenza: giusto. Ma il“sé” non qualcosa di accademico e di astrattola a che fare col personale, con la vita affettiva, sessuale, materiale; coi desideri e le esperienze. Le persone, e i loro corpi, vivono, amano, godono; o lavorano, sono precari, sono sfruttati o violentati.

Quando, diversi anni or sono nacque Sexyshock, nel documento di apertura si diceva:

“Il linguaggio politico e' ancora neutro, appiattito su logiche di rappresentanza, incapace allo stesso modo di dare conto delle differenze. E' necessario liberare i linguaggi, e' necessario concedere diritto di cittadinanza all' espressione delle soggettivita' differenti, restituire la parola ai corpi e ai desideri.”.

Ecco partiamo/ripartiamo da qui, dai corpi e dal loro muoversi, incontrarsi, scontrarsi in uno spazio: gioiosamente, liberamente, rivoluzionariamente.

Tatiana Olivieri

UISP MARCHE



[1] - Balbo L. e Manconi L. I razzismi reali, Feltrinelli, Milano, 1992.

- Balbo L. e Manconi L. Razzismi. Un vocabolario, Feltrinelli, Milano 1993.

[2] - Ribeiro Corossacz V. "Negro e pure sordo: quale differenza contro il razzismo", in Ribeiro Corossacz V. e Vincenzo C. "Razzismo e Sessismo: riflessioni sulle impercettibili discriminazioni", in Adultità, , 2000.

[3] - Rivera A. "Immigrati", in Gallissot R. e Rivera A., L'imbroglio etnico, Edizioni Dedalo, Bari, 1997.

- Tabet P. La pelle giusta, Einuadi, Torino, 1997.

[4] bell hooks, Elogio del Margine, Feltrinelli, 1998

Nessun commento: